Se ripenso a Marino (ex Sindaco di Roma)

Se ripenso a Marino ex sindaco dimissionario dell’Urbe, in questi giorni in cui gli alfieri del nuovo e dell’onestà inedita promessa si perdono in traccheggiamenti, nomine e temporeggiamenti dal sapore antico mentre invece il vecchio sistema è asserragliato dentro un fortilizio fatto di manovre e maneggi, quelli che da sempre tengono a debita distanza i rappresentati, ripenso a una massima da Esodo (23, 1) che mi ero appuntato tempo addietro. “Non associarti con gli iniqui per fare da falso testimone”. Non è perché nutra particolare stima di Marino come uomo politico o simpatia per Marino in sè. Non lo conosco abbastanza. Eppure mi va di ritornare su questa faccenda paradossale in cui si lincia un parvenu, o meglio un dilettante, e col linciaggio, a posteriori, si cancella il ricordo di tutti i trafficoni, ammanicati, superprofessionisti della corruzione e della predazione della risorsa pubblica (distribuiti uniformemente) che hanno consentito ciò che si legge da anni su giornali, riviste e libri di denuncia e di cui si sente parlare da sempre in tv e dall’uomo della strada e su cui non c’è bisogno di aggiungere altro. Se è giusto cacciare Marino non sarà giusto anche ricusare tutti, proprio tutti, quelli che hanno avuto a che fare con le giunte precedenti?
E allora chi resta per governare l’Urbe?

Foto pubblicata su Wikipedia Commons per l’uso gratuito (https://commons.m.wikimedia.org/wiki/File:La_lupa_a_campidoglio.JPG)

Incomprensibili banalità

Le difficoltà generali, la crisi e gli eventi infausti uniti a una grande diffusione di informazioni nebulose fanno aumentare esponenzialmente la quantità di cazzate sprecate. Eppure basterebbe, non dico l’intelligenza o l’arguzia, soltanto il buon senso per capire come stanno le cose anche in quei casi in cui più di tutti sembrano formarsi, o vengono narrati, scenari incomprensibili caratterizzati da inspiegabili omissioni da parte delle istituzioni deputate alla governance delle criticità, dichiarazioni mai nitide, un apparato informativo che pare replicare all’infinito un canovaccio poco credibile, ma sempre funzionante, una montante emotività che anch’essa minaccia di essere incontrollata e invece è fondamentalmente il dispositivo che disinnesca la consapevolezza. Se talvolta è difficile trovare, al fine di edificare una propria solida visione delle cose, conforto nelle parole perché non provare coi silenzi? Perché non concentrarsi su ciò che ci viene sussurato dal non proferito da chi è obbligato all’ufficiosità?

La Scorciatoia Emotiva

La scorciatoia emotiva, così come la sua cugina, la scorciatoia cognitiva, non porta da nessuna parte. Sull’onda dell’entusiasmo (altrui) uno crede di imbarcarsi in una divertente e inarrestabile scampagnata insieme a dei simpaticissimi e dinamici Compagnoni mai visti e conosciuti, con cui sintonizzarsi in una fraterna fiducia fortificata dall’azione. Senza sforzo alcuno, né di analisi, né del corpo immobile di cui si anima solo l’arto superiore destro o sinistro. Una vera scampagnata col Torpedone pagato, cori  da gita  scolastica, a rimorchio degli eventi.

Si trova poi nella merda quell’Uno. In situazioni complicate (non complesse) dense di problematiche di difficile risoluzione. Comunque sprovvisto dei più elementari strumenti atti a fronteggiare situazioni e pericoli per cui mai prima si era preparato. Partito per una scampagnata si ritrovò in uno scontro a fuoco. Aveva in mano la tessera dell’autobus. Questo scriveranno di lui sui giornali. Oppure sulla lapide.

In un mare di merda. Nella grande tempesta di merda quando la merda tira da tutte le parti.   Insieme a persone sconosciute, animate da propositi oscuri, diverse da quei sorridenti ed entusiasmanti compagnoni con cui si era imbrancato appena qualche giorno prima. Non certo di volerne più sapere e quasi certo di volersi tirare indietro. E non passa tanto tempo prima che sia “troppo tardi per tirarsi indietro”.

Ma di che si parla?
Si parla di immagini, di adesione apparentemente spontanea a un movimento d’opinione, di propaganda, di aspettative tradite, di quanto sembra contribuire alla costruzione dell’immaginario collettivo, ma che a ben vedere lo smembra, lo rende elastico e gommoso fino al punto di permettergli di contenere e tollerare la compresenza simultanea di molteplici intollerabili fattori.

Si parla di fotografie. Del loro uso. Ma anche di dinamiche di spostamento del consenso. Metaforicamente una scampagnata. Liberata dal peso dello spostamento fisico paradossalmente diventa un porto sicuro e l’adesione senza rischio alle campagne di sensibilizzazione rende infinitamente insensibili. Infinitamente resistenti. Resistenti a tutto. A tutto ciò che si può vedere. Che è tutto ciò che al momento abbiamo. Da immaginare resta poco o nulla. Tutto l’immaginabile è travalicato dall’infotainment.

E i compagnoni?

Se vuoi abbattere il tuo nemico, accertati d’aver prima abbattuto il suo acerrimo nemico. D’averlo perlomeno persuaso a farsi da parte.
Perlomeno.

 

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Prendere Posizione (o anche Popolo fai schifo)

Verba volant et scripta manent. Un tempo, come ci ricorda Umberto Eco, si poteva parlare liberamente da imbecilli al bar, e anche fiaccati nel corpo e nelle meningi da camparini, spritz, negroni di pessima fattura e amari col ghiaccio, lasciarsi andare a dichiarazioni esagerate, gagaronate umilianti, diventare talvolta molesti fino al punto di provocare incidenti e tafferugli e poi, davanti alle recriminazioni e ai tentativi di rivalsa di chi si sentiva offeso, si poteva sempre far appello a quell’ubriachezza che ci aveva privato della capacità di intendere e ci aveva trascinati ben oltre il volere consapevole e le capacità di gestione psicofisica.
Questo in un paese cattolico, dove la minorità originaria supposta dell’uomo è la base sui cui si struttura il potere ai suoi livelli più reconditi e vitali, non si nega a nessuno. Perdonare lo sbaglio altrui è proiettare in un futuro certo l’ambizione al perdono per il proprio. Al massimo era questione di prendere o dare due manate. Nel paese dove l’amministratore eletto viene scoperto a spendere soldi pubblici per alimentare il vizio (o la virtù, ognuno giudichi da sé) di andare-a-travoni, e invece di chiedere scusa agli elettori e ai contribuenti, chiede scusa al Papa, alla propria famiglia e si ritira nell’eremo, ognuno è certo che tutte le bischerate verranno sepolte dall’oblio. Tutto si svolgeva nel territorio neutrale dell’etere, erano suoni,  talvolta le Cazzate erano sepolte in diretta dai lazzi dei compagni di merende, dagli ohhhhhhh corali che invitavano ad alzare il tiro, ad allungare la trota, a rinfocolare i rancori. Erano solo parole. Non sono rimaste prove. Un imbecille era tale per chi aveva avuto la fortuna di vederlo dal vivo. Per tutti gli altri poteva essere davvero tutto il resto. Un grande pescatore, un grande trombatore, una Grande Fava, una ex mezzala del Botafogo o dell’Atletico Tucumàn.
Adesso si scrive. Talvolta si risulta imbecilli di fronte al mondo intero. Lo si mette per iscritto e tutto rimane negli archivi segreti del grande dragatore dei dati personali. Lui, il Grande Dragatore, è veramente l’unico che sa chi siamo. Noi ce ne siamo dimenticati. I social networks sono il teatro dove questo grande sputtanarsi ha luogo.
I più buffi, in questa grande arena per polemiche e polemisti, son quelli che nell’attaccare il proprio l’interlocutore per le sue posizioni ideologicamente discutibili in realtà,  forse per il troppo entusiasmo nel poter liberamente premere la tastiera, utilizzano espressioni riconducibili esattamente a quello stesso orizzonte ideologico. A volte pure oltre. Oltre l’orizzonte. Ed è tutto scritto. Un immenso campionario del “falso ideologico” e della schizofrenia. Ma non tutti sono imbecilli. Anzi. Tutti molto acculturati, gente che padroneggia la lingua e che sa farne uso, che si è abbeverata a lungo al grande abbeveratoio della scuola dell’obbligo, ma che ogni tanto, chissà se veramente per questioni di entusiasmo, tradisce la propria reale inclinazione fino a quel momento accuratamente nascosta.

Questo mi riconduce a ciò che pensai la prima volta che sono entrato nella sede di un partito politico. Avevo quindici anni e capii subito cosa significa posizionarsi per convenienza. Provai subito quella sensazione, che poi mai mi ha abbandonato negli anni, che ho provato ogniqualvolta ho avuto a che fare con sindacalisti e politici. Quasi tutti quelli che si danno alla politica scelgono principalmente un luogo dove c’è posto. Dove avanza uno sgabello, una stampante, una funzione, un ruolo. Dietro le convinzioni di facciata si nasconde quasi sempre qualcosa di inconfessato.

Mi ha mosso a scrivere questo pezzo l’aver seguito un acceso dibattito su Facebook. Un mio contatto affermava di aver votato Tsipras e Salvini. Si scatena la bagarre ed è un florilegio di tutti luoghi comuni del naziprogressismo corrente. Fino allo Zenit della contraddizione quando uno, che fino al commento precedente continuava a insistere sulle tematiche care alla sinistra moderna, cioè inclusività, diritti delle minoranze, beni comuni, immigrazione, ha affermato che “il Popolo fa schifo”. Il popolo fa schifo. Lo diceva anche Alberto Sordi nell’Anno del Signore: “Popolo, sei ‘na monnezza!“. Era però fraticello e non intellettuale di sinistra.
Popolo fai schifo. Ricordatene!
dc

I treni di giugno…

I treni sono pieni di genti imprigionate dentro una tristezza che ingiustamente ha una ricaduta sulla qualità della vita altrui. Rettifico: sui treni pieni ci sono anche genti imprigionate nella propria tristezza a cui danno fastidio le biciclette pieghevoli e il chiacchiericcio delle ragazzine che cimbràccolano che, appena terminato un turno di lavoro, fanno quasi, sottolineo quasi, allegria. E poi si alzano sdegnate, si lasciano andare a voce alta a considerazioni sull’impossibilità di stare in mezzo a certa gente, farfugliando il proprio sdegno nella speranza che qualcuno lo tenga in considerazione e si allei in un ammutinamento d’élite che evacui dal convoglio i giovani studenti, i lavoratori, i bighelloni, le genti malvestite, il sudore e la fatica.

(la signora è sui cinquanta anni, piacente, vestita in modo elegante, dà segni di uso di psicofarmaci, è indubitabilmente esaurita, non riesce a controllare la sua mimica facciale, appena mi siedo, non accanto a lei, non davanti a lei invadendo lo spazio che gli studi di prossemica applicati al trasporto ferroviario le riservano, bensì nel posto libero davanti al posto libero accanto a lei, lato corridoio per controllare che la bicicletta non ostruisca il passaggio o rechi danno ad alcuno, la signora comincia a dare segni di nervosismo, guarda accigliata la mia bici pieghevole, osserva incredula la mia tenuta estiva da lavoro e il copioso sudore risultante di sette ore e ventisette minuti di stabilimento e di una pedalata rapida necessaria a prendere il treno in tempo, esprime disgusto, non favella se non un leggero borbottio, se volesse essere mandata affanculo e velocizzare la questione non avrebbe che da chiedere, nei sedili appena dietro di lei siedono quattro ragazzine che uscite da scuola fanno un po’ di chiasso, altri studenti parlano dei loro esami, suona qualche telefono, un paio di giovanissimi spìppolano annoiati coi cellulari,  le ragazze aumentano il volume del loro giovanile ed entusiasta ridere e questo, probabilmente, per la signora diventa troppo, uscita di casa convinta di viaggiare in prima classe sull’Orient Express nel 1913 con Agatha Christie e l’ispettore Poirot si è invece trovata nel Treno Regionale 3062 in servizio sulla tratta Firenze – Viareggio. Poveretta…)

Ma come potrà essere ottenuta la considerazione dal momento che solitamente sul treno si è circondati solo da certa gente? Che il treno serve in gran parte certa gente, mescolata, non selezionata, vociante e stropicciata, che va e/o torna dal lavoro, dalla scuola, tutti sudati, qualcuno allegramente, qualcuno meno, tutti in attesa di arrivare o tornare nei luoghi del proprio stare nel mondo. Ed essi, gli infastiditi, troveranno nel loro fuggire solo altri vagoni con altro chiacchiericcio, altre persone sudate, altre biciclette e inoltre avranno preso pure di bischero.

Così come successo alla signora di questo episodio. Che nell’andarsene farfugliando contro  tutto e tutti viene seguita da una scia di simpatiche prese di culo.

Ma non è sola la signora dell’episodio. Ne leggo/sento a decine sui social network e alla sera al caffè biasimare gli occupanti dei treni. Sono gli stessi che abolirebbero il diritto di voto, che odiano il traffico mentre guidano l’auto e sono il traffico e che dunque abolirebbero il diritto alla guida, che viaggiano e odiano arrivare nei luoghi dove già ci sono gli altri (Jovanotti ne ha dato un esempio raccontando nel suo ultimo libro della delusione provata nel giungere in Terra del Fuoco e trovare altri turisti. Bastava che rimanesse a casa ed evitava agli altri la delusione di vedere lui…) e dunque abolirebbero il diritto di viaggiare, che prendono il treno ma pretendono un vagone riservato. Quelli che vorrebbero distinguersi dall’uomo comune, i praticanti dell’edonismo di massa, frequentatori di luoghi esclusivi pieni stracolmi di altri edonisti convinti di distinguersi dagli uomini comuni.
Immagino alla fine delle loro giornate votate alla distinzione una delusione e una disperazione senza rimedio. Proprio come quella che ha provato Jovanotti a Ushuaia.

fonte dell’immagine: Wikimedia Commons

autore: Cuttergraphics

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