Il Dispositivo Stocastico (Defender)

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Mi ricordo che alla fine degli anni 70 nei bar si giocava a un videogame chiamato Defender. Ci giocavo anch’io. Nella sua semplicità il gioco prevedeva un dispositivo stocastico (l’iperspazio) per le situazioni di estrema difficoltà (le porte coi sassi si direbbe a Pistoia). Si poteva premere un pulsante e riapparire in un punto qualunque dello schermo. Ecco. Le milizie dell’isis hanno premuto quel tasto e casualmente, dalla famosa collina siriana, si sono trovati a “sud di Roma”. Così nell’immaginario collettivo indotto dall’incessante narrazione di uno scenario di violenza diffusa e incontrollabile.

Allo stesso modo, nello stesso immaginario, i nuovi occupanti dei palazzi del potere sembrano esservi arrivati premendo quel pulsante, proiettativi a loro insaputa, senza programmazione, da gente sprovveduta senza piani sul breve/medio periodo.

E nel medesimo immaginario l’elettore ha la colpa d’essere livido, rancoroso, ignorante, testardamente incompetente.

Nel medesimo immaginario la rovina di tutto è da imputare al Suffragio Universale.

Nel medesimo immaginario è bastevole frequentare un festival culturale per autoconsiderarsi, per osmosi, élite culturale.

Il dispositivo stocastico è una cosa divertente da bambini.

Haters non Haters

Due interessanti, quantomeno degni d’esser presi in considerazione, fenomeni mediatici concomitanti di questi nostri giorni sono gli Haters e i loro detrattori. Gli Haters, se non ho capito male, sono quelli che fanno le battute ciniche quando le cantanti cascano, i famosi muoiono, i presentatori piangono, le soubrette imbruttiscono e via e via. Gli altri sono presumibilmente ammiratori di questi famosi presi per il culo che, forse per eccesso di immedesimazione, difendono i loro beniamini dalle battute degli Haters. Sono detrattori di detrattori. Un sottoprodotto umano e culturale non dotato di libero arbitrio fosse anche solo l’antipatico e guascone spirito degli Haters.
Eppure questa gente famosa vittima dell’odio e dell’invidia degli Haters vive nel Gran Teatro di Oklahoma. Son diventati famosi facendo la merda, abituando il pubblico alla merda, con la spregiudicatezza e l’opportunismo, contribuendo nel loro piccolo all’abbrutimento generale. E dunque, quando alla fine ottengono indietro la merda, farebbero meglio a non lamentarsi. Cioè, farebbero meglio a non lamentarsi i loro ammiratori, ché io non ho mai sentito un personaggio famoso lamentarsi del fatto di avere dei detrattori dal momento che è risaputo che avere dei detrattori equivale ad avere una carriera di successo.
Con questo non voglio dire che il tempo speso a ridere di una famosa cantante caduta rovinosamente a terra durante uno spettacolo sia tempo ben speso, il tempo ben speso è quello in cui si ignora la cantante, mentre canta, mentre cade, quando è in piedi, da viva e da morta. Ed è unanimemente considerato riprovevole ridere dei morti ancora caldi, ma certo non si può inibire l’equivalente delle vecchie chiacchiere al bar solo perché non sono circoscritte tra le mura del bar o perché i vecchi bar per le chiacchiere non esistono più. Non è per insistere, ma se vedi un vecchio, o anche giovane, trombone televisivo o assiduo abitante dei rotocalchi scandalistici sfigurato dal botulino e/o dalla chirurgia estetica e ridi, non è per via dell’odio o dell’invidia alla quale, ormai sopraffatti dagli eccessi dello psicologismo, viene attribuita la sicura paternità di ogni forma di dissenso e di difformità dal pensare (pensare è un parolone) dominante, delegittimando così ogni forma di alterità e la psicologia stessa. È per via del botulino e della chirurgia estetica. È per via della chirurgia e del botulino che si ride. A ragione, secondo me.

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