Il Dispositivo Stocastico (Defender)

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Mi ricordo che alla fine degli anni 70 nei bar si giocava a un videogame chiamato Defender. Ci giocavo anch’io. Nella sua semplicità il gioco prevedeva un dispositivo stocastico (l’iperspazio) per le situazioni di estrema difficoltà (le porte coi sassi si direbbe a Pistoia). Si poteva premere un pulsante e riapparire in un punto qualunque dello schermo. Ecco. Le milizie dell’isis hanno premuto quel tasto e casualmente, dalla famosa collina siriana, si sono trovati a “sud di Roma”. Così nell’immaginario collettivo indotto dall’incessante narrazione di uno scenario di violenza diffusa e incontrollabile.

Allo stesso modo, nello stesso immaginario, i nuovi occupanti dei palazzi del potere sembrano esservi arrivati premendo quel pulsante, proiettativi a loro insaputa, senza programmazione, da gente sprovveduta senza piani sul breve/medio periodo.

E nel medesimo immaginario l’elettore ha la colpa d’essere livido, rancoroso, ignorante, testardamente incompetente.

Nel medesimo immaginario la rovina di tutto è da imputare al Suffragio Universale.

Nel medesimo immaginario è bastevole frequentare un festival culturale per autoconsiderarsi, per osmosi, élite culturale.

Il dispositivo stocastico è una cosa divertente da bambini.

Festival Culturali e Barbarie

Premessa: avevo scritto la prima parte su facebook in concomitanza con i lavori parlamentari finalizzati all’elezione dell’ultimo presidente della Repubblica Italiana (che io ho definito più volte l’Ultimo Presidente). Ho poi continuato in seguito e dunque questo scritto è diventato assolutamente inattuale.

Più che le manfrine concomitanti con l’elezione dell’Ultimo Presidente della Repubblica, mi fa triste ripensare alle parole del procuratore Gratteri che ho ascoltato ieri sera in radio. Parole in cui si udiva nitidamente, malcelata, una venatura di disperazione. Disperazione nel dover raccontare dell’impossibilità di una azione di contrasto al crimine organizzato e dell’assenza, per convenienza diffusa, condivisa, trasversale, di politiche culturali volte alla formazione di una cittadinanza consapevole.

Non è necessario che io aggiunga niente a quanto detto da Gratteri, spiegando le ipotetiche conseguenze di quanto da Gratteri stigmatizzato. Sappiamo tutti da molto tempo cosa significa tutto questo che ci sta succedendo intorno e che talvolta vorremmo contribuire ad arrestare, ma che non si riesce ad arrestare. Molto spesso non riusciamo nemmeno a calcolarne esattamente la portata e ci chiediamo come sia stato possibile che solo i peggiori si siano ritrovati a dover decidere e deliberare, sperimentiamo quotidianamente l’avvilimento che deriva dall’impotenza operativa e si finisce a riflettere sulla necessità del non fare che accomuna pensatori di tutti gli orientamenti((Soltanto tenendo presenti le mie ultime letture potrei indicare Alain Badiou e Julius Evola. Ovviamente per diverse ragioni.)).

Lo sappiamo esattamente come Pasolini affermava di sapere chi erano i responsabili del golpe, delle stragi, della strategia della tensione. Esattamente come lui lo sappiamo, ma non abbiamo prove. Lo sappiamo e basta. Ma a  differenza di Pasolini abbiamo un unico interlocutore. Noi stessi. Ci parliamo di una cosa che sappiamo per cercare di capire come è meglio fare per ridurre quello scarto che ci divide dal centro dell’azione politica. Che sembra al momento impenetrabile e che al momento sembra bene non penetrare.

E voi Pezzi di Merda che vi fate alfieri del realismo e della spregiudicatezza un giorno dovrete renderne conto. Prima che agli altri a voi stessi. Perché ci sono mostri che, una volta generati, non possono più essere affrontati.

Si può quindi peggiorare perseguendo apparentemente il miglioramento. Peggiorare non in senso assoluto quanto in relazione proprio ai parametri che spingono l’utente medio, che li condivide e li coltiva, a tentare la carta dell’apparente miglioramento.

Ad esempio cercando di convincere il prossimo di essere un sincero progressista, pluralista, liberale, pieno di fiducia nelle umane possibilità, sostenitore del capitalismo, del multiculturalismo, delle differenze che arricchiscono e al contempo tradire una disposizione d’animo, un uso linguistico in aperto contrasto con quel tentativo. Esempio: un militante di una formazione politica rivale, una formazione populista, viene ritratto in una posa comica. Le sue idee ridicolizzate sulla base del suo aspetto fisico. Ma la riduzione dell’idea altrui alla deformità fisica, e necessariamente morale, è appena un passo prima la legittimazione dell’eliminazione fisica. Tutto questo è pane quotidiano per il progressista d’oggi. Che alla bisogna si appropria di argomenti che sembrerebbero non appartenergli per poi disconoscerne l’uso subito dopo.

Immagino che il narrarsi progressista faccia stare meglio. Sia consolante per chi segretamente alimenta idee, e talvolta pratiche, innominabili. Perché il progressismo, come il suo cugino il Riformismo, è l’iso 9000 della presentabilità politica. La norma dell’accettabilità svincolata da una reale comprensione reciproca.

Chiariamoci, essere progressisti non è la condizione sine qua non della presentabilità politica. Si può non essere progressisti. Esserlo stato, ma adesso non più. Non essere più progressisti perché si ritiene di aver raggiunto quegli obiettivi che ci si prefiggevano nella propria azione politica, al cui raggiungimento si pensava di voler contribuire. Semplicemente perché si è cambiata idea. Si può non essere mai stati progressisti. Non tutti quelli che hanno una idea del modo sono di sinistra. Lo studio non conduce necessariamente alla sinistra. Non necessariamente a questa sinistra italica che governa con il proprio fantomatico antagonista. Eppure è un pregiudizio radicato nella sinistra italiana quello che fa pensare che non esista altra cultura, altro mondo, altra narrazione aldilà di quelli che gli appartengono o che rivendica come propri.

Si può quindi peggiorare perseguendo apparentemente il miglioramento. Ad esempio, frequentando i festival culturali dove un ristrettissimo numero di oratori è convocato a parlare di un ristrettissimo numero di idee ad uso e consumo inconsapevole di un gran numero di persone intenzionate a non finire i propri giorni in preda all’ignoranza e allo sgomento derivante dal non riuscire a comprendere il mondo circostante. Ma come pensare di comprendere un mondo reso astutamente complesso e complicato con quel piattino di ideuzze insipide, gratificanti e consolatorie che offrono i festival culturali?

Tutto inutile.

Il festival culturale è come il credito al consumo. Se quest’ultimo dà l’illusione di non essere poveri, procrastinando il momento del saldo a un termine sempre più lontano, il primo dà l’illusione di non essere ignorante. Ignorante della specie peggiore. L’ignorante che non vuol far credere alla propria ignoranza, che vuol vivere al di sopra delle proprie possibilità intellettuali e cognitive (così come l’uomo debitore sceglie la schiavitù di una vita al di sopra delle possibilità economiche). Non realmente interessato alla fatica e all’impegno di uno studio serio, commisurato alle proprie possibilità, ma pieno di quella volontà che ampia anche le possibilità di partenza. L’ignorante che è interessato solo all’outlet delle idee. Ma il mercato delle idee è come il mercato delle verdure. Dipende molto dalle strategie di approvvigionamento. Certe idee finiscono per scarseggiare. Contro alcune si fanno campagne denigratorie.  Quelle più care finiscono per essere quelle meglio presentate. Che talvolta finiscono per marcire alla svelta. Magari sono state in freezer, non sono idee fresche.

Sulla scorta dunque di questo inestimabile patrimonio fatto di 4/5 idee si cerca di resistere allo sgretolamento del mondo edificato in secoli di faticosissimo lavoro manuale, sforzo intellettuale, elaborazione tecnica.

Ma non si resiste.

Il mondo si sgretola.

La barbarie ri-avanza.

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Ho usato una nota non per darmi arie accademiche, ma per testare il plugin che automatizza le note a piè di pagina.


GranTeatrodiOklahoma55