Il reclutamento della classe dirigente

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Il reclutamento della classe dirigente

Sarebbe in errore, a mio parere, e ingenuamente cadrebbe in una trappola apparentemente razionale chi credesse, nel confrontare due classi dirigenti, una formata in una delle molte Scuole di Alti Studi sparse nel mondo, l’altra selezionata da un portale online, di scorgere una differenza discriminante nella qualità dell’istruzione ricevuta ignorando al contempo la loro sostanziale similitudine. Perché se è indubbio che i ben formati abbiano formazione certificata e capacità presumibili, pare altresì indubbio che finire a far parte di una classe politica esautorata della possibilità di produrre politica, idee e dispositivi in un contesto governato per mezzo di decreti e cabine di regia (già da prima della presente Pandemia) ne renda inutile ogni potenzialità. Rendendo invece di somma importanza ciò che li rende sostanzialmente simili ai descamisados della politica selezionati sul portale. Ovvero la disposizione a ricevere delle direttive indiscutibili di provenienza ignota (perlomeno per l’osservatore da casa) e ancor più importante l’essere sradicati dal proprio contesto di appartenenza e la rinuncia a essere espressione e di conseguenza ricevere le istanze di qualsivoglia gruppo sociale. Fenomeni quello della de-democratizzazione delle istituzioni e dello sradicamento della classe dirigente che non ho certo la pretesa velleitaria di introdurre io, ma che sono già ampiamente discussi dagli anni 50 e che nel contesto attuale si manifestano solamente in modo più limpido incontrando le voci amplificate dal grande flusso di comunicazione, talvolta distorte artatamente, di alcune delle eminenze pensanti del nostro sciagurato presente.

Una morte cristiana nel Rio de la Plata

Non è facile gioire per la morte di uomo ultranovantenne soprattutto se a lui e ai suoi compari, un buon numero di compari che hanno avuto la possibilità di terminare la loro onorata carriera occupando posizioni di rilievo nell’esercito, nella federazione calcistica locale, dentro organizzazioni internazionali, trent’anni prima è stato consentito di organizzare uno dei più macabri progetti di ingegneria sociale e culturale della nostra storia recente. Coadiuvati dal silenzio e dall’approvazione della cosiddetta “comunità internazionale”, che consentì alla giunta militare l’organizzazione di un campionato mondiale di calcio propagandistico e funzionale, che aiutasse l’opinione pubblica internazionale e interna a sviluppare un assenso impossibile verso quel progetto di “bonifica” che privò l’Argentina di un’intera generazione di uomini e donne portatori di istanze altre da quelle dei difensori dei valori (e degli interessi) della Società Tradizionale. Manifestazione che solo alcuni tra i giocatori, e per iniziativa personale, ritennero di dovere o poter boicottare (il tedesco Breitner, l’argentino Carrascosa che si salvò dalle inevitabili ritorsioni per il suo rifiuto della convocazione solo per il fatto d’essere il capitano della nazionale e di godere di una immensa popolarità, Crujff e forse nessun altro). Forti dell’appoggio della chiesa cattolica i cui alti prelati ritenevano che la narcotizzazione rendesse “cristiana” la morte di coloro che, dopo essere stati torturati, venivano lanciati nel Rio de la Plata dagli elicotteri.

È difficile gioire della morte di un vecchio dittatore, sapendo quanti suoi silenziosi sostenitori continueranno a scegliere il ritorno all’ordine, là come qua, in questi giorni in cui le parole sicurezza e libertà vengono associate con sempre più frequenza e disinvoltura, in cui il perenne stato d’emergenza limita la libertà di analizzare leggi e dispositivi e squalifica ogni uso linguistico difforme dallo standard liberaldemocratico. Difficile far festa per la morte di Videla mentre lo stato d’eccezione reso norma sembra diventare il brodo di coltura di nuovi processi di de-democratizzazione.

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