Hanno detto
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TRA LE MACERIE DELLA CERTEZZA
Alessandro Salvi su “Cani al Guinzaglio nel Ventre della Balena”
Simone Molinaroli “Cani al Guinzaglio nel Ventre della Balena” (Poesie 1994-2000) Fara Editore, 2008 Rimini
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Una pronuncia, è il caso di sottolinearlo, potente e precisa, che col bisturi del verso squarcia il muro delle ambiguità, demistificando una realtà sommersa ai più, resa fedelmente poiché fotografata nella sua perentoria, concreta, cruda, quotidiana immanenza. La realtà di questo nostro sciaguratissimo e ipocrita mondo d’oggi.
Alessandro Salvi
© 2009 Alessandro Salvi
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Mario Fresa sulla poesia di Simone Molinaroli
Se la poesia è un irridente mostro gentile
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Nella raccolta Cani al Guinzaglio nel Ventre della Balena (Fara editore, 2008) la sua scrittura si rivela ansiosamente aspra e indomabile, spinta ovunque da una febbre e da un’irrequietezza difficili da comunicare, ma che rendono colui che ne è tutto attraversato un animale strano, che pare vinto dalla disperazione e che poi trova, d’improvviso, l’inattesa energia che gli permette di deviare la direzione della sua strada.
Nella poesia di Molinaroli, dunque, l’ordine è dato dall’indisciplina, e la regola è dettata da una gioiosa e anarchica disubbidienza, irreversibile e totale: il poeta è sempre un accordo stonato all’interno dell’armonia del mondo, e ogni suo approdo è una specie di cadenza d’inganno, una soluzione che non costruisce un bel niente, ma che imbroglia e che di nuovo rimescola, confusamente, le carte del gioco. Ed è l’estremo, continuo, vertiginoso ventaglio di possibilità di cui gode l’uomo libero a condurlo verso lo spavento e verso l’insofferenza nei riguardi di ogni eventuale quadratura accomodante; e la scrittura di Molinaroli si presenta proprio così: irriducibile a qualsiasi schema o prigionìa formale; ambigua e bifronte, perché contemporaneamente comica e tragica; ma sempre disperatamente vinta dall’amore per l’esistenza.
Una poesia che non conosce conciliazioni, né compromessi con la dura realtà che osserva e che descrive, tra l’altro, con un’onesta, sana crudeltà – nel tono e nel linguaggio – che può ben dirsi rara nell’attuale scrittura poetica italiana.
Un testo tratto dalla raccolta:
Le quattro righe
che porto in faccia
non dicono lo strazio di guardarvi
mentre tra una birra e l’altra
filtrano i postumi dell’infortunio
i tentacoli atrofici dell’inutile scommessa
e le mani di un mostro gentile.
Simone Molinaroli, Cani al Guinzaglio nel Ventre della Balena (Poesie 1994 – 2000), introduzione di Chiara de Luca, Fara editore, pp. 104, 2008, euro 12.
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recensione di Vincenzo D’Alessio
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Ho incontrato tanta bella poesia in questi anni di appassionate letture poetiche. Autori che sono scomparsi in una luce fulminea. Autori che resistono grazie alla perseveranza di un’Arte sublime che rifulge in molte altre esperienze: musica (principalmente), pittura, scultura, teatro. Tra questi nomi figurano quelli di donne “sublimi” come la poetessa Maria Luisa RIPA (1966-2003), poeti come Antonio D’ALESSIO (1976-2008), William STABILE, Stefano SANCHINI, Massimo SANNELLI e altri ancora. Riverbera in loro la traccia indelebile della “fame” di eguaglianza in un mondo abbacinato dalla malefica misura dell’avere: “Il culo sudicio d’aprile / e le bestie proletarie / inghiottono merda / sul fondo di un amaro” (pag. 34).
Quanta strada ha fatto la Democrazia in una “specie” di nazione come la nostra? Dove cercare il sogno di una parità tra vincitori e vinti? “La ferocia irriducibile dei vinti / veste il germe del nulla / di bellezza e sacrificio / senza storia” (pag. 30). Allora la voce dei Poeti (quelli veri) si fa voce di Poesia Civile, che non è l’unica strada della Poesia contemporanea ma è l’unico modo per fare giungere alle orecchie cementificate dalla telemania della gente della nostra terra il messaggio vero, personale e poi universale, del disagio che i giovani vivono a causa dei meno giovani che non lasciano il Potere (chiamiamolo anche Dio Denaro, Dio Benessere, Dio Violenza, Arroganza, Ipocrisia, et altro). La mancanza assoluta di “nutrimento di una stirpe eletta di gladiatori brucia / nella calca di sogni infausti” (pag. 91).
“Il futuro non ha gambe / per venirmi incontro / nemmeno braccia per salutarmi” (pag. 92). Ben venga, questa melodia underground, questo gospel irriducibile dei ribelli, dei giovani costretti a scappare (migrare) dalle città inadatte a raccogliere i sogni “moonlight”, nel continuare ad avere “sete” di un Amore che soddisfi prima l’anima, poi il cuore dei “tedofori / della olimpiade giornaliera dei perdenti” (pag. 93).
C’è una costante crescita nella poetica di Molinaroli tra le poesie che compongono la prima delle cinque parti in cui è divisa la presente raccolta: nella prima parte compaiono tante similitudini che tendono a rafforzare le immagini bellissime della scrittura poetica che fondano sullo studio di altri Autori: “Depresso sulla spiaggia / come un rauco muezzin” (pag. 26); “Vuoto come una carcassa / agile come un cacciatorpediniere” (pag. 27); “Estrarrò parole / con la grazia di uno sminatore” (pag. 52). Nelle parti successive le poesie divengono sempre più precise nell’ordine delle parole, dei verbi, del tempo incluso nelle chiuse dei versi. Compaiono con maggiore frequenza le parole nella lingua inglese (che oggi è la più conosciuta) quasi a volere intavolare un dialogo multiculturale e polivalente. Credo che questa scrittura poetica troverà molti ascoltatori, molti amanti, molti prosecutori.
Non è una Poesia facile, affronta i temi attuali partendo da un lungo Nocevento internazionale, ma credo raggiungerà buone mete come (permettetemi una similitudine ): “acrobazia discreta / sospesa tra l’argine e l’abisso / il desiderio e il perdersi” (pag. 94).
Dicembre, 2008
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“Cani al guinzaglio nel ventre della balena”, Ass Cult Press, 1997, 2001, 2004
lettura di Giuseppe Cornacchia
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Ne viene fuori un complessivo senso di vitalità un po’ sciupata in vitalismo (“Piedi nudi di ubriachi / e popoli fuori concorso / al festival / del dissolvimento indolore”), focalizzato nella conclusiva Lungomare vuoto di Follonica (“Lungomare vuoto risacca dub / sono un rappresentante di vibratori / deraglio cromosomi / sulla battigia infelice / dei mutanti. / Lungomare vuoto di Follonica / articoli in latex sparsi sulla sabbia / un cameriere sbiadito / serve il conto. / La seconda visione / di fame perduta / e scarpe di cemento / a fondo del mare.”), probabilmente il testo più riuscito e rappresentativo di un libretto da conservare e riaprire a spizzichi, verso a verso, così da cogliere succhi autonomamente da tutti i rivoli: numerosi sono infatti gli appunti che si potrebbero ancora sviluppare e le aperture da seguire, a testimonianza di una notevole capacità autoriale di osmosi e polisemanticità. Un autore, Molinaroli, poco incline al letterario, capace di fotografie più simili a tac che a belvedere paesaggistici, di timbro deciso ed elettriche folgorazioni.
La successiva raccolta (“Neurovegetazione”, Ass Cult Press, 2001), più breve, spinge verso una rabbia sublimata in almanacchi (spiega il mondo, più che viverlo o semplicemente raccontarlo) e verso la necessità di dare un senso discorsivo ad elaborazioni ormai scadute; una dedica a se stesso, pare, come voler mettere suggello ad un periodo che mano mano si allontana (“Sangue mio nell’erba / sulla calce al limite del campo / il maori si tuffa / io sono morto / come un pomeriggio al cinema / senza sigarette”).
— diritti riservati, ottobre 2004 www.nabanassar.com —
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Stanate la speranza e giustiziatela sul posto.
Su Il crollo degli addendi di Simone Molinaroli
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“Le opere d’arte sono di una solitudine infinita”, scrive R.M. Rilke nelle Lettere a un giovane poeta, “e nulla può raggiungerle meno della critica. Solo l’amore le può afferrare e tenere e può essere giusto verso di loro”. E l’unico modo possibile per leggere Il crollo degli addendi è proprio l’amore, quale principio vitale, “come l’eterna pulsazione / che rende giovani e immortali”, energia che avvolge, stringe e che segna, come pare simboleggiare la bellissima illustrazione di copertina di Gigi Fagni.
Perché quella di Molinaroli è una poesia che chiama, che quasi aggredisce con la sua vitalità, la sua valenza comunicativa forte, spesso dissacratoria, che colpisce a segno senza giri di parole o sotterfugi e mascheramenti letterari. È una poesia diretta, immediata, franca, come lo è Molinaroli stesso, come lo è l’introduzione al Crollo, che provoca, quasi “aggredisce” il lettore:
“Sono altro da ciò che vedete / ho già piegato il bancone con i miei desideri / ho già scolpito l’universo con queste mani gentili / e non aspetto che voi e la vostra vita da invadere / non aspetto che di vedervi / implorare un carnefice affascinante / che esegua lo spartito / della pena che preferite”.
Quella che si chiede al lettore non è dunque un’attitudine passiva, meramente ricettiva, bensì una partecipazione, l’impegno ad andare a fondo nella materia ardente di questi versi, in quel dolore così concreto che “avrà sempre / l’odore del mentolo su un volto rasato”. Occorre dunque non tirarsi indietro, non avere paura, così che “Se il male deve essere / che sia male irrimediabile / e non lamento annoiato / che sia rovina materiale / e non crollo teorico”. Soltanto una volta posti davanti al male – quella pena di cui Molinaroli nell’introduzione si offre di “eseguire lo spartito” – è infatti possibile aggredirlo: “Con il palmo della mano sinistra / saluto il male / come l’amico più caro / lo accolgo nella stanza segreta / e con l’altra mano / quella – per me, mancino – inadatta / lo uccido. / Pace”. I versi di Molinaroli rispondono in pieno a quella che è a mio parere la funzione primaria della poesia: comunicare. È il motivo per cui sembrano scritti espressamente per essere letti ad alta voce, dal momento che: “C’è poco da fare / se non essere ubriachi fino / a non ricordare / la gentilezza dell’odio in manovra / la strategia raffinata / dell’azione che non ricorderemo / se non è forte abbastanza / da diventare una tradizione orale / che noi stessi racconteremo / come una storia senza padrone”. Sono versi che possono essere musicati, seguendo il flusso dell’energia che si espande dall’inizio alla fine del libro, tenendo in tensione la parola, senza cedimenti. Ma sono anche versi in cui il fuoco è contenuto nella forma, senza tuttavia esservi confinato. E non mancano immagini metaforiche forti, (p. es.: “le madri sono fiori di carta / impollinate da api meccaniche”), che bilanciano armoniosamente le espressioni del parlato e le sfumature sarcastiche (“La stranezza è la comica forza / del dispiacere fatto in casa / progettato con l’ingegno del divano / e la gentilezza della carta igienica”).
Come dicevo nell’introduzione al Crollo, la poesia di Molinaroli non lascia spazio all’illusione salvifica (“radete al suolo i cinema / stanate la speranza / e giustiziatela sul posto”), rifugge sentimentalismi e pietismi di maniera, che vengono piuttosto colpiti e smascherati: “L’uomo che dorme in I.L.H. è il / fratello di hai qualche moneta / le monete mi servono per il pedaggio autostradale / e sei un mendicante in franchising / la vita ti ha scippato la vita / hai firmato un contratto per lo / sfruttamento d’immagine di un barbone…”.
Ciò che pervade questi versi è uno slancio incontenibile per “la regina della festa”, la vita, da viversi a fondo anche nel dolore, anche quando lei “era lì davanti / a inforforarci le spalle / di verità schiaccianti”. Ed è dallo stesso slancio che scaturisce anche la rabbia, la rabbia di chi non accetta che la vita sia svilita e strumentalizzata, neppure nello scoraggiamento più profondo, in cui una fede comunque persiste. Non si tratta però mai né di afflato mistico, né di religione, il cui “potere indiscusso” “si manifesta / in ogni esecuzione”. Si tratta piuttosto di una fede diffusa nella capacità dell’uomo di vivere ogni cosa fino in fondo, di sentire fino alla consunzione, “anche se / abbiamo tutti amato / qualcosa che non esiste / e maledetto la speranza / e l’attesa incalcolabile dell’avvento / di un regno, di una parziale salvezza. / Abbiamo tutti amato / qualcosa che non esiste. / Per questo, sopravvissuti.”
da FARANEWS – Numero 76 – Aprile 2006
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“Con la grazia di uno sminatore”
di Chiara De Luca
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In questo volume sono pubblicate le prime due raccolte di Molinaroli, Cani al guinzaglio nel ventre della balena e Neurovegetazione e rileggerle (pur con le modifiche effettuate e le migliorie apportate) è come risalire alle sorgenti della sua voce, e notare come già vi fossero presenti gli impulsi, gli stimoli e le tematiche poi approfonditi e sviluppati nel percorso successivo.
La poesia di Molinaroli non si arroga mai una funzione salvifica e consolatoria, non offre rifugio né scappatoia da una realtà dipinta e spesso additata in tutta la sua durezza, senza nulla tacere di squallore, miseria, compromesso che la abitano e pervadono. Quelli di Molinaroli sono versi di denuncia contro la cieca ipocrisia del potere che si autoalimenta, fagocitando e distruggendo ogni eventuale ostacolo che si trovi sulla sua strada, nel momento stesso in cui vuol dare l’illusione di sostenere, indirizzare e costruire. La poesia di Molinaroli non teme di indagare il vuoto, lo smarrimento esistenziale, la solitudine disperata che è un estremo tentativo di sottrarsi all’affermazione diffusa dell’effimero, in cui il soggetto è spesso trascinato, o attirato da una sorta di oscura volontà di autodistruzione, che lo porta a immergersi ad occhi chiusi in un flusso da cui pare poi impossibile sottrarsi.
Eppure è sempre presente un guizzo, che muove il tentativo ultimo di riesumare il “desiderio indomabile di proclamare l’impero / e svuotare il caricatore / addosso all’onesto padre / della terribile assenza di poesia”, di distinguersi sia da chi “esiste come una gita scolastica”, sia da quei “sette miliardi di regnanti pieni di dolore” che “si apprestano alla carneficina / come a una merenda.”
Molinaroli sembra voler negare la possibilità di una speranza (stanate la speranza e fucilatela sul posto, scriveva nel Crollo), perché “Non c’è salvezza, lo sanno / i naufraghi scarni di questo viaggio / e i dottori prescrivono speranza.” Eppure seguire questi versi è come assistere a un movimento di sistole e diastole, che spesso sfocia nel paradossale e vitale “desiderio inesauribile / di scampare alla mattanza”. La via però non è quella indicata e all’apparenza spianata dagli “accattoni di futuro”, dal “cuoco del progresso” che “cucina e conserva / dolci speranze”. È una via impervia, fatta di ribellione e rinuncia, dove è necessario distruggere per poter ricostruire, sulle macerie delle proprie stesse speranze, per accorgersi che “Essere vivi tra le macerie / della certezza e della sorte / è una gran cosa.” Ben più che muoversi sul proscenio di un teatrino illuminato da illusioni (apparentemente) a basso costo.
Molinaroli non si sottrae alla mediocrità del reale, vi sprofonda, se ne lascia contaminare, in treno “seduto accanto a scheletri rosicchiati / teschi dai capelli sporchi.” Oppure “Smarrita ogni bellezza / sommersa ogni ragione / improvvisando gli ultimi chilometri / gli occhi faro in seminati / dall’angelo assente, distesi / imprecando contro bandiere e fenomeni.” Altrettanto fa la sua poesia, che si muove tra slanci lirici e momenti alti e invettive prosaiche spesso molto violente, tra citazioni sartriane en passant e rievocazioni di canzoni, creando un ritmo franto, spaziando tra timbri e suggestioni visive e auditive cangianti che spiazzano, riproducendo la molteplicità a tratti allucinata di una realtà in cui perfino “l’orrore perde il suo nome”, perché “Se un confine c’era / l’abbiamo varcato dormendo / con la guardia stanca.”, se un confine c’era l’abbiamo varcato proprio ignorandolo, chiudendo gli occhi per non prenderne coscienza.
Compito della poesia è dunque quello di spalancare gli occhi anche quando fa male, andando incontro a quel terrore che “è un amico / che vive solo / e viene a cercare compagnia.”
Per contrastare il caos e lo smarrimento di ogni orizzonte, la poesia di Molinaroli non si rifugia nella ricerca della bellezza e dell’armonia, bensì si smarrisce essa stessa, deraglia, cerca il suo opposto perché: “Bisogna mettersi a guardare / dentro le televisioni / per capire che l’uomo con il mitragliatore / è fuori e sta correndo ad ammazzarci.” E per potersi risollevare dopo il colpo, occorre “Vivere del macabro splendore / di notti demolite / resistendo al disordine / per cedere felici / a un fendente impreciso del terrore.”
“È soprattutto sulle spiagge inventate / che si spengono / i nostri motori”, scrive Molinaroli, è soprattutto da illusioni prefabbricate e false speranze che scaturisce la disperazione. È dunque solo dalla coraggiosa presa di coscienza della realtà che nasce la forza per contrastarla, senza fornirsi alcun appiglio, mentre al contrario “Come in una colonia tropicale / esseri ingannati inventano / rivoluzioni-villeggiature / per viaggiatori di terza mano.”
La poesia di Molinaroli si appropria del luogo comune e lo rovescia, mostrandone l’inconsistenza:
“La pazienza non è una virtù / prendiamoci ciò che ci spetta / prima che l’ingestibile disordine deragli / sulle palpebre anoressiche di chi è avanguardia di sé / di chi cade e finge di volare.” Sono versi che esortano all’azione, invitano a incarnare la parola stessa, che dalla pesantezza del vuoto cerca di spiccare il volo, liberandosi dalla zavorra d’ogni buonismo e pietismo, perché “Senza la tenacia / dei cani da caccia / non si riaprono partite già chiuse”.
E tra versi violenti di denuncia trova spazio anche la disperata malinconia di un amore che dissolve facendoti capire che “soffrire è uno sport / senza vittoria / se lei svanisce in una piega del mondo / dicendo solo ciao”.
prefazione a Cani al guinzaglio nel ventre della balena, Fara, Santarcangelo di Romagna 2008
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Gioele Valenti su “Neurovegetazione” (Ass Cult Press, 2000)
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Joele Valenti
succo acido marzo 2002
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Ma c’è un’altra prospettiva che ricollega Il crollo degli addendi non alla poesia religiosa, ma ad una concezione necessariamente teologica della lingua. Questa prospettiva è per un verso immanente all’economia delle scelte verbali che sono all’opera nel libro, per l’altro è in esso più o meno consciamente richiamata dalle allegorie che ne animano la dinamica figurale. Voglio dire che questa poesia, da un lato cristallina, enunciativa, elementare, e dall’altro comunque irriconducibile ad una vera e propria presa di senso comunicativa, srotola un orizzonte visivo intenso, fitto, ai limiti della successione di fotogrammi, il quale però non intesse uno scenario accordato, non dipinge un ambiente. La visionarietà del poema arriva alle soglie del vedere, ai confini dell’occhio immaginativo e condottici a quella soglia ci pone un bivio, che porta comunque nei dintorni dell’appello divino. O la fine delle immagini conduce ad un abbandono mistico, in cui la dispersione è accolta nella sua obnubilante totalità, nella sua “divina caligine” (Origene); oppure, ed è la prospettiva che prediligo, la fine dell’immagine spalanca le soglie dell’ascolto. Dove non sto più dietro a quanto di comunicabile ed immaginabile mi viene detto dal poema, io do ascolto al suo dettato, alla materia rocciosa del suo verbo, alla solitudine della scrittura, al detrito. E questo atteggiamento è proprio dell’accostarsi passivamente ad un verbo già dato, in cui il lettore intreccia l’ansia geroglifica, decodificatoria, melanconicamente sapiente, all’ascolto di una voce che viene semplicemente colta; è proprio di un rivolgimento che intenziona il libro di Dio, la testimonianza biblica.
Dicevo – e con questo concludo – che questo ordine di cose è richiamato anche allegoricamente dalla poesia stessa de Il crollo degli addendi. Penso a versi come “dove il respiro si amplifica/ e la parola si sgrana”, o “un gatto in bianco e nero/ sdraiato sullo specchio rotto/ delle disgrazie”, oppure “al suolo canta il dogma”, ma soprattutto penso al titolo, ‘il crollo degli addendi’. In tutte queste immagini si comunica visivamente l’oggettualità di una distesa di macerie, di residui, su cui, come detto, o il lettore investe la sua mistica postulando una totalità cosmica, oppure tenta di orientarsi, dando non più occhio alle immagini comunicate, ma ascolto a quanto di incomunicabile le parole, come figure, testimoniano. E se dietro questo libro vi sono dei dolori esperiti, profanamente esperiti, è proprio solo grazie alla mediazione di questa voce muta e rocciosa, di questa resa babelica della lingua, che di questi dolori ci viene non comunicato per convergenza di significati quanto vi è di comunicabile, ma testimoniato, per analogia, quanto vi è di incomunicabile.
© Massimo Baldi
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“Dolore è una parola carnale“ | sulla poesia di Stefano L0refice, Martino Baldi, Simone Molinaroli
di Chiara De Luca
(da Poesia – Novembre 2006)
Dolore è una parola carnale | sulla poesia di Stefano Lorefice, Martino Baldi, Simone Molinaroli | Chiara De Luca | Poesia novembre 2006
Dolore è una parola carnale | sulla poesia di Stefano Lorefice, Martino Baldi, Simone Molinaroli | Chiara De Luca | Poesia novembre 2006
Dolore è una parola carnale | sulla poesia di Stefano Lorefice, Martino Baldi, Simone Molinaroli | Chiara De Luca | Poesia novembre 2006