Il Dispositivo Stocastico (Defender)

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Mi ricordo che alla fine degli anni 70 nei bar si giocava a un videogame chiamato Defender. Ci giocavo anch’io. Nella sua semplicità il gioco prevedeva un dispositivo stocastico (l’iperspazio) per le situazioni di estrema difficoltà (le porte coi sassi si direbbe a Pistoia). Si poteva premere un pulsante e riapparire in un punto qualunque dello schermo. Ecco. Le milizie dell’isis hanno premuto quel tasto e casualmente, dalla famosa collina siriana, si sono trovati a “sud di Roma”. Così nell’immaginario collettivo indotto dall’incessante narrazione di uno scenario di violenza diffusa e incontrollabile.

Allo stesso modo, nello stesso immaginario, i nuovi occupanti dei palazzi del potere sembrano esservi arrivati premendo quel pulsante, proiettativi a loro insaputa, senza programmazione, da gente sprovveduta senza piani sul breve/medio periodo.

E nel medesimo immaginario l’elettore ha la colpa d’essere livido, rancoroso, ignorante, testardamente incompetente.

Nel medesimo immaginario la rovina di tutto è da imputare al Suffragio Universale.

Nel medesimo immaginario è bastevole frequentare un festival culturale per autoconsiderarsi, per osmosi, élite culturale.

Il dispositivo stocastico è una cosa divertente da bambini.

Ogni notte ha una via di fuga

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Ogni notte ha una via di fuga.
Un trauma duraturo e rievocabile,
un punto luminescente e solenne
in coda alla furia distruttrice
dell’Onest’Uomo incagliato
tra gli sgabelli, in un locale affondato.

(È stata l’allucinazione corporea della decima vodka.
Il battito cardiaco esuberante
che manovra la mano, il desiderio e il linguaggio
come l’Internato manovra la corriera
che ti strappa l’ombrello.
È stata la ginnastica di scimmie educate
che guardano la luna e pensano la chiave,
girano la chiave e pensano la luna
e poi si leccano come i cani
prima di correre, al primo suono delle sirene,
nel Rifugio Antiatomico)

Ogni notte è una via di fuga
dalla difesa inespugnabile
di bottiglie, visioni e bicchieri.
Una via scavata con Rabbia
tra i residui fumanti
di un lungo incendio di lemmi.

Organici e contemporaneamente no

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Va di moda essere organici e contemporaneamente mutuare attitudini e abitudini di gruppi apparentemente disorganici, che sono invece solo un sottoprodotto funzionale, forse addirittura vitale, del sistema. Va di moda deprecare la società di massa, ma non ciò che la rende di massa. Ci si distingue dall’uomo comune con lo stesso esclusivo accessibile con cui si distingue l’uomo comune adiacente. Ma questa gente c’è o ci fa?

I poponi e i ramarri

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In ogni discussione tra colleghi, è inevitabile, arriva sempre qualcuno che ha scavato a mani nude nella miniera di diamanti, che ha guidato il bilico per 179 ore consecutive, che a 50 anni ha 44 anni di contributi, che ha fatto guerra di trincea sopravvivendo e utilizza queste sue sovrumane fatiche come paradigma per valutare l’intensità delle altrui difficoltà lavorative. Una furia dialettica alimentata da numerosi “sai una sega te!” e altrettanto innumerevoli “vai a sentire, vai! Alla bastianacci e shostakovich come si lavorava…” Dove ovviamente si rischiava di morire ogni minuto.

Racconti che tracciano scenari che sembrano strappati alle scene più strazianti de “Il salario della paura”.

E invece hanno movimentato i poponi per tutta la vita.
I poponi e i ramarri.

Fonte: Opera propria (© Jared C. Benedict)
English: Transferred from en.wikipedia.org

Chi ben comincia… (un lunedì qualunque)

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Il lunedì comincia bene.

Ore 5.30 a.m. apro l’ufficio ed è esploso il tubo della merda.

Ore 7.30 a.m. il telefonone gracchiante del collega ha una playlist composta di due sole canzoni. La foto che spacca e accompagnami a casa.

Ore 11.30 a.m. altri due colleghi si prendono a male, malissime parole. Tento timidamente di fare da paciere. Poi, memore degli antichi insegnamenti e per evitare che il lunedì diventi ulteriormente peggiore, mi scanso.

Alla fine della giornata mancano circa 9 ore.

Ho pensato anche di chiudermi in cantina, ma la pioggia come nel 2013 potrebbe allagarla.