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Opinion [un]Maker

Le difficoltà generali, la crisi e gli eventi infausti uniti a una grande diffusione di informazioni nebulose fanno aumentare esponenzialmente la quantità di cazzate sprecate. Eppure basterebbe, non dico l’intelligenza o l’arguzia, soltanto il buon senso per capire come stanno le cose anche in quei casi in cui più di tutti sembrano formarsi, o vengono narrati, scenari incomprensibili caratterizzati da inspiegabili omissioni da parte delle istituzioni deputate alla governance delle criticità, dichiarazioni mai nitide, un apparato informativo che pare replicare all’infinito un canovaccio poco credibile, ma sempre funzionante, una montante emotività che anch’essa minaccia di essere incontrollata e invece è fondamentalmente il dispositivo che disinnesca la consapevolezza. Se talvolta è difficile trovare, al fine di edificare una propria solida visione delle cose, conforto nelle parole perché non provare coi silenzi? Perché non concentrarsi su ciò che ci viene sussurato dal non proferito da chi è obbligato all’ufficiosità?

Non sono solito ascoltare illecitamente le altrui conversazioni telefoniche. Le ascolto solo quando sono in un luogo da cui non posso muovermi e il mio vicino parla a volume sconsiderato dei cazzi propri. E in quel caso le devo ascoltare per forza. Dunque a volte mi capita davvero di ascoltare involontariamente conversazioni telefoniche di vicini di posto in treno, di colleghi, di persone tra gli scaffali dei supermercati, al bar. Mi capita di doverle ascoltare perché sono condotte a volume inadeguato e in luoghi inadatti. Dunque le ascolto mio malgrado. E non capita mai di ascoltare una dichiarazione d’amore, una poesia recitata con perizia, il racconto di una memorabile rovesciata in una partita di calcio mai vista quarant’anni prima, la descrizione dettagliata di tutte le percezioni dovute a un bicchiere di vino, una canzone composta sul momento e telefonata a un caro amico. No. Non è mai niente di tutto questo.

Ed è una situazione che capita sempre più spesso quella di ascoltare le conversazioni altrui, tanto che a volte ci si intende una volontà di essere ascoltati, di essere registrati come viventi, una affermazione pubblica della propria individualità. Capita spesso di dover ascoltare le playlist dei bimbyminchia col telefonone che cambiano canzone ogni dieci secondi. A quel punto gli obblighi diventano due. Non potersi spostare ed ascoltare. Che è pure una condanna. Spesso è proprio una vera rottura di cazzo. E allora, dal momento che sono obbligato ad ascoltare, mi faccio un’idea, giudico severamente. Tiro anche delle conclusioni. Conclusioni momentanee, senza destinatario, senza scopo.

Inoltre essere messo a parte di segreti, siano essi incoffessabili veri segreti o solo manfrine dialettiche tese all’irretimento, mi mette a disagio. Essere messi al corrente di un segreto è essere zavorrati, una chiamata in correità, intrusione fraudolenta di un cavallo di troia nell’immaginario, una richiesta indebita di complicità, violenta trasparenza indotta dal vivere nel nostro presente panoptico fatto di reti sociali dematerializzate, dove tutto è simultaneamente esposto al giudizio di tutti nella ossessiva ricerca di riconoscimento. Come scriveva Baltasar Gracián “i segreti, nè si devono ascoltare, nè dirli” ed io mi attengo scrupolosamente a questo monito saggio.

Ma torniamo all’inizio. Al motivo per cui sto scrivendo.

Tempo fa mi venni a trovare in un parco pubblico di Pistoia (capitale della cultura 2017) con Leone, il mio giovane figliuolo. C’era alta densità di bimbi, alta densità di genitori, alta densità di telefoni cellulari. Alta densità di telefoni cellulari utilizzati in diretta. Alta densità di esaurimento. Alta densità di grida. Io e la borsa con le cose necessarie a un babbo occupiamo una mezza panchina libera e mi metto a vigilare sui giochi di Leone. L’altra metà della panchina è occupata da una mamma con bambino. Che a un certo punto impugna il cellulare e comincia una conversazione telefonica a voce altissima, letteralmente urlando dentro il telefono. L’interlocutore all’altro capo lo immagino stordito, paralizzato nel gesto di tenere il telefono verso il cielo tentando di disperdere quell’onda inarrestabile di discorsi sparati a un livello di decibel intollerabile. La chiamata continua per quasi tutto il tempo della mia permanenza al parco giochi. Ed è una escalation. La signora in questione si lamenta palesemente del proprio partner descrivendolo, davanti a una platea piuttosto vasta e ignorando che in paesone come Pistoia, nonostante sia stata dichiarata capitale italiana della cultura, la possibilità di trovarsi accanto a un parente, un amico, un conoscente, un impiccione che aspettava solo l’occasione di venire a conoscenza di un particolare segreto da rivelare istantaneamente durante una sessione di gossip a sera tarda al pub, quando la conversazione si fa stanca e non c’è niente di meglio che parlare delle vite altrui, è altissima, come un insopportabile buono a nulla, un grande navigatore di divani, dedito all’alcol. Questo particolare per la signora è importantissimo. Lo investe di grandi aspettative nel suo tentativo telefonico di sputtanare il compagno perché insiste ripetutamente sull’argomento fino ad arrivare all’argomentazione definitiva. “Certe sere beve addirittura un’intera bottiglia” dice con disprezzo. Questo insistere sull’intera bottiglia come unità di misura della dissoluzione umana richiama la mia attenzione fino a quel momento discontinua. E penso in silenzio alcune cose. Prima di tutto spero che sia vino bono ché, si sa, il vino poco buono fa male e comunque intristisce. E poi penso anche che nella lamentazione la signora investe la bottiglia di troppa importanza e comunque a mano a mano che la sua conversazione telefonica procede, e la protagonista si inoltra in territori pericolosi che non ho alcuna intenzione di ascoltare, io intravedo nitidamente 4/5 motivi per cui potrebbe essere il compagno a lamentarsi e 4/5 motivi (gli stessi) per cui lui potrebbe decidere di bersi una bottiglia tutte le sere, anche più di una bottiglia e decidere di darsi anche alla droga pesante. Pensato questo ho cambiato panchina, nonostante la prima fosse all’ombra e in posizione strategica, per raggiungerne un’altra dove non ci fosse l’accompagnamento della telefonata e finire comunque per dover ascoltare la sua telefonata come un elemento dominante, nonostante il vociare dei bimbi, il rumore dei motori in lontananza, qualche clacson, adolescenti rumorosi, uccelli, cani.

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Piccolo componimento poetico all’impronta che ho scritto oggi pomeriggio al parco mentre vigilavo sul gioco del Giovane Leone. Ispirato dalle parole della poetessa pistoiese Francesca Matteoni che si lamentava del fatto che nella Capitale Italiana della Cultura per l’anno 2017, casualmente anche il nostro paesello natìo, la poesia nemmeno oggi viene ricordata.

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Poesia per Pistoia Capitale della Coltura e delle Piante

A Pistoia d’aria ce n’è poca
Per canti, dissidi, inchini e piante.
A furia di cantare nonostante
Al poeta infine voce arroca.

 

 

Una minchiatella poetica che riassume la mia visione della pubblica opinione. Quella supposta e invocata ogni cinque minuti. Il dispositivo inesistente che ognuno, principalmente nella contesa politica e nello show business, cerca di intercettare e su cui ricalibra la propria offerta. Verso il basso, ché a nessuno venga in mente di sgarrare.

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LA PUBBLICA OPINIONE

La pubblica opinione è roba fatta con lo scarto.
Osceno mescolone di rutti e curegge,
Notizie riassunte che l’òmo media non legge,
Non fatica, non impegno, non un duro parto.

Eppure se ne parla senza freno
Come fosse la più degna delle cose
C’è dei pezzi bellissimi dentro
Avrebbe detto l’omino nella pubblicità
Quella coi cani negli anni ottanta…

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Le argomentazioni pericolose vengono trasportate, o meglio vengono veicolate, dal cervello vuoto dell’uomo medio. Uomo medio da non confondere con l’uomo ignorante, ché molti uomini quantitativamente ignoranti brillano di arguzia ed intelligenze nitide, coraggiose e originali forse anche a causa del proprio ignorare, causa certamente non necessaria, ma talvolta più che sufficiente. Il suo cervello, quello dell’uomo medio, è il vettore dell’abominio verbale propagandato dai mezzi di comunicazione. Non avendo niente di proprio, di ragionato (e di migliore) da esibire al bar, l’uomo medio appoggia il suo giornale sul bancone e poi grida, o meglio risuona, argomentazioni criminali già risuonate la sera prima nella testa di qualche opinion maker di merda. Opinion Maker di merda è un po’ troppo vago e generico ed è necessaria una precisazione. L’opinion maker di merda non è proprio un facitore di pensieri, quanto un cesellatore di suggerimenti indirizzati a un segmento di utenza  già individuato. È uno che spara sul bersaglio fermo. Il cecchino che spara sull’infermo. Non brilla mai per coraggio e originalità, ma solo per il ricorso continuo al tema emotivo, per attaccare l’asino dove vuole il padrone, per essere fondamentalmente un guitto da circo.
Ma dicevamo dell’uomo medio che porta in giro questi suggerimenti, che trovano nel grande prato incolto della sua immaginazione un terreno fertile per crescere e proliferare incontrastati figliando derivazioni altrettanto sciocche degli originari suggerimenti, l’uomo medio che al bancone del bar,  col suo giornale aperto sulle tazzine dei vicini grida,  coopta, generalizza, chiede continuamente a un interlocutore non ben individuato 《dico bene?》, si indigna un poco, ma un poco anche strizza l’occhio all’opportunismo cialtrone e autoindulgente e indulge con le proprie debolezze che, non essendo così diverse da quelle degli altri, sono integralmente ricevibili come facenti parte del normale corredo umano. Si incoraggia, come cantava Ivan Graziani nel 1979, a dare sfogo a suoi difetti, pretende d’essere apprezzato nella sua totalità fallata propriamente espressione della medietà rispettabile. Compostamente rancorosa, umilmente orgogliosa dell’esser priva di ambizioni divergenti da quanto ritenuto mediamente ambito, moderatamente razzista se non quando per ischerzo, nel momento della caciara collettiva con altri a lui simili, dichiara entusiasticamente la propria incondizionata adesione a ogni forma di pogrom ipotetico contro vittime ipotetiche ogni volta diverse. Ma anche moderatamente multiculturalista, quanto richiesto per non essere espulso dal consesso umano tecnoprogressista devoto al politically correct e alla diversità non sostanziale. La sua frase preferita è “io una soluzione c’è l’avrei“. C’è l’avrebbe sempre. Ha soluzioni per ogni tipo di problematica e intoppo. Solitamente soluzioni drastiche. Non ragionate. Non negoziabili. Atte solo a smuovere traumaticamente confidando nel riassesto naturale. L’uomo medio è fondamentalmente un criminale (Pasolini). Ma il suo reale tratto distintivo è il ricalibrare. L’uomo medio è un uomo che ricalibra. Alla bisogna cambia sfumatura al suo pensiero e di sfumatura in sfumatura si arriva alla riva opposta guidati da una corrente che si suppone inarrestabile. Ricalibra i propri gusti, le proprie aspettative, i propri convincimenti al fine di non sentirli anomali e non sentirsi perdutamente solo in quella corrente inarrestabile di medietà contro cui ritiene sia del tutto inutile e controproducente nuotare. Si ricalibra per non sentirsi escluso nelle discussioni medie dove è importante assentire collettivamente, sentirsi parte, aderire, sempre senza perdere contatto con la voga media, le fissazioni collettive, l’altoparlante dei media e i link dei social networks.

E così, come gli stronzi dotati di scarso peso specifico affiorano nel mare, le argomentazioni pericolose e i loro portantini riemergono nella bollente alba estiva, all’improvviso, alla fine di un turno di notte. Alle ore 6.25 dentro un bar vedo una ex collega seduta su uno sgabello che consuma la sua brioche. Fummo applicati nel 2009 nella stessa unità per sei mesi. Tempo sufficiente per avere un paio di accesi scambi d’opinione. Uno per questioni di lavoro di cui non posso parlare perché dovrei violare la clausola di riservatezza che con continuità maniacale la direzione ricorda nelle sue circolari e l’altro in merito al caso Aldrovandi (anche qui). Ricordo che in combutta con un’altra collega si permisero una serie di considerazioni intollerabili, intollerabili principalmente  perché tradivano una disumana e sbrigativa mancanza di rispetto nei confronti di un ragazzo di diciassette anni morto in mezzo a una strada in circostanze quantomeno anomale. Considerazioni quali «non doveva essere un ragazzo normale» e il classico  «se l’è andata a cercare». Contravvenendo alla regola personale di non inoltrarmi in polemiche con colleghi/e più anziani/e decisi di trattarle malissimo e a entrambe augurai pronta morte.

Non mi sono mai pentito.

Né di avergli augurato la morte, né di aver desiderato veramente che morissero.

Mi giro e torno indietro all’entrata del bar per chiudere la serratura automatica dell’auto. Quando mi volto nuovamente noto che la mia ex collega si è infilata dentro  un angolo della sala. Quasi attaccata al punto d’incontro dei due muri. Biascica la sua brioche guardando il muro da distanza ravvicinata ed io ho pensato «a volte discutere non è inutile».

agosto 2016

Sottoclou XXI Secolo

 

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