La città sembra deserta

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La citta sembra deserta. C’è già stato il lockdown? È già stato dichiarato l’attacco alieno? Ma sapete cosa mi fa più terrore? La bipolarità, la dissonanza evidente dell’Occidente, di questa moltitudine di scemi che un giorno è Charlie e difende il diritto di essere offensivi, dissacranti, provocatori, di fare ironia insopportabile su morti, disgrazie, segmenti di umanità penalizzati, sul sentimento religioso, su qualunque cosa, ma il giorno dopo si spaventa per l’uso di alcune parole, vede sessismo, esclusione, razzismo ovunque, punta l’indice contro la facile ironia social di gente semplice e rozza, ma soprattutto ha paura delle parole. L’altrui paura delle parole mi spaventa. Più del Covid e della Peste Bubbonica.

Caravaggio al Circolino

La sagra del Tortello

Briài agricoli al circolo ragionano di pittura. Sento fare i nomi di Caravaggio, Ligabue e Goghèn. Il primo è il preferito perché frocio, alcolizzato e pluriomicida. Convengono però tutti sul fatto che i veri disturbati son quelli che spendono 30000 euri per un quadro. Ma da Caravaggio a Pacciani il passo è breve. Ed è lì che comincia il vero spettacolo che non si può narrare.

Gli eroismi gratuiti

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Non c’è niente che rinnovi e migliori il disamore per il lavoro quanto i racconti dei vari eroismi gratuiti di chi ha lavorato con la gamba rotta, con la vista accecata dalla tormenta, immobilizzato e circondato dagli antropofagi, con la febbre a 43° e soprattutto sempre circondato da gente che non lavorava.

Nella casa ormai vivono i Ragni

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Ormai vivono i ragni nella casa
dove torno a scovare ricordi, reverberi
e reperti d’un tempo che abitammo.
Alcuni vivi, altri bambini, tutti fummo lì.
Torno a cercare cancellando echi
tracce, ogni resto d’umano passaggio.
Il furgone a nolo nella strada, il cacciavite nella tasca,
non è l’armadio a scomparire,
non le foto di soldati e giovinette d’anteguerra,
non il buon servito per i pranzi
e la gioia d’esserci di gente scampata
agli stermìni, alla fame, alle guerre.
Tutto finisce nell’incerto padiglione.
Smontare, sradicare, eliminare, i convenuti
tradiscono l’uggia nella cernita dei tanàcchi.
Loro non lasciarono niente nella casa
era l’estate del settantanove
non lasciarono il canto liberatore
non lasciarono Il boato che fa
scoprirsi vero, forbici e nastro adesivo,
ci fu chi emerse ente minuto
cacciatore di segni nel tutto inconosciuto
smisurato che arresta il respiro
a chi si affaccia, al nuovo arrivato.
Loro non cercano, smobilitano.
Ben prima dell’estinzione scomparve
ogni traccia del vivere, degli affetti
passati e in corso. Tutto divenne crosta,
ciància vile spesa dai rimasti.
Non lasciarono nulla perciò essi non cercano.
Per loro tutto è disturbo e ruménta,
intralcio alla gara, e solo io sento il suono
della radio a transistor nella mattina di giugno
del giugno millenovecentosettantanove
gracchiare comunicati e canzoni
accompagnare alla vita, a una felicità esile
e inossidabile.

Brucia nella notte la città di San José

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BRUCIA NELLA NOTTE
LA CITTÀ DI SAN JOSÉ

Brucia nella notte la città di San José
Certi impavidi serrano in pugno
ciotole di latta e noccioline che sono
cifra del tempo presente, allegoria e lamento,
come la miscela malfatta che scende e risale
è condanna all’inefficacia, al crollo
marginale, ripiego maldestro
(storytelling sovrabbondante
scarsissima expertise).
Non avanza nulla di normale,
non avanza un suono che sia d’amore
uno stralcio ripetuto di canto accorato
messo in loop su base industriale.
Non avanza la moneta per l’ultimo giro
per l’ultimo glorioso tentare
l’arrivo a l’Uomo a 6 fotogrammi al secondo
Il mistico modello che lo psiconauta
insegue, replica, finge, rimpiange
il suo mitico accoppiamento semi-impossibile
riuscito talvolta grazie a oscuri fattori
non replicabili, non esplorabili, climax
di visioni e rivelazioni liberi dallo sfinirsi
in cerca della colpa, la Colpa Maiuscola che
fu spesso prima della venuta nel corpo
e prima della ricerca fallace d’essa che d’essa è prolungamento e prova,
protuberanza nodosa che dòle. Eppure
nello slabbrato e colante ingombro
cerebrale emerge dall’altra dimensione
una cosa secca, sfasatura luminosa,
mano generosa che non prende e reca
consiglio, conforto, scrittura, lume.
Il vento caldo dell’estate fa volare la carta
con la porzione di codice mancante
per riattivare il senno smarrito un tempo
e mai ritrovato, intorno discorsi e teorie validate a forza dalla ripetizione ossessiva,
corpi smagriti che colpiti dalle parole fanno il suono della stagnola calpestata,
dell’erba fischiata nel campo, è un docusogno
parlato in Pidgeon English
che spiega la normalità, il male incurato,
incurabile, il desiderio di difenderne
l’apparenza che ti spossa, consuma, esaurisce.
Ma il cane abbaia e quel che è fatto è fatto
c’è l’approdo finale, lo specchio rotto del cesso
dove resiste una scritta rossa tracciata
dalla stessa mano generosa

L’esperienza è indistruttibile.