Le turbolenze e i segni

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LE TURBOLENZE E I SEGNI

Attraversammo  le  turbolenze  del  vivere
con  l’aeroplano  di  balsa  e  il  multiuso  rossocrociato
avuto  in  dono  il  primo  giorno  di  scuola
dallo  zio  avventuroso  che  conobbe  i  veri  marósi.
Dati  per  spacciati  in  partenza
atterrammo  sulla  pista  da  ballo
non  attesi
durante  una  festa e accolti
con  garbo  dal  padrone  di  casa  phonàto.
Non  mancò  intrattenimento non   mancarono
cocktails  e  olive ringraziare  sembrò  il  minimo.
A  parziale  conguaglio  lasciammo  segni
provocazioni  mascherate  da  interstizi
domande   che  il  tempo  rese  enigmi.
Poi  venne  tardi  e  fu  giorno
C’era  sciopero  dei  mezzi
e tornammo  a  casa  a  piedi.

C’è una cosa che è peggio

La sagra del Tortello

C’è una cosa che è peggio del rivoluzionario da tastiera ed è il critico da tastiera del rivoluzionario da tastiera. C’è di peggio di un pessimo scrittore e di un pessimo cantante e sono i loro critici pavidi. C’è qualcosa di peggio di una vita mal spesa. Ed è una vita spesa a parlar male delle vite mal spese.
Diceva Cioran, e forse non ricordo con esattezza la frase ma ci provo, che è meglio parlare male di cose che si conoscono che con grande perizia di ciò che non si sa.
C’è qualcosa di peggiore dell’ignoranza e delle sgrammaticature che il triste e strumentale formalismo del critico 2.0 attribuisce a destra e a manca, tentando di delegittimare ogni difformità intellettuale. Ed è il bello scrivere e il parlare forbito servili. L’intelligenza asservita e priva di coraggio. E c’è una cosa è peggio di un brutto tatuaggio. Il tempo impiegato a non farsene uno più bello o a non farsene affatto, ma privi di quell’ansia di predicatori e moralizzatori falliti negli intenti, nell’effetto e nella pratica. Sono quei segni privi di ogni rimando alla vita che anche ben eseguiti, non necessariamente sul derma, riempiono l’esistenza degli uomini (e delle donne).
E c’è una cosa che è proprio peggio di tutte. Il dividere il mondo in due, andare avanti per dicotomie che non raccontano mai tutta la storia da nessuna delle angolazioni possibili. Tutto il saperla lunga o il fingere di sapere di non sapere che si riducono, dopo un attento ed impietoso esame, a uno stolido, conservativo, dissonante rifiuto di ogni alterità.

Scritto nel Sogno – inedito adesso edito su disco

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Scritto nel sogno è una poesia che ho scritto nel 2017 e che non ha mai trovato posto in una pubblicazione. Lo trova dentro un disco di cui sono molto orgoglioso che è “L’Apparizione del Molosso Gigante” . Un progetto covato per molti anni e che adesso nel 2021 nonostante l’età e le avversità viene al mondo.

SCRITTO NEL SOGNO

Le stagioni hanno perso riscontro.
Alla voce che chiede non segue respiro,
non canto maldestro o pietoso conforto.
Anche il corpo sembra averne abbastanza,
a momenti vacilla e perde colore,
rincùla, s’aggrotta, s’inciprignisce
rifiuta carezza, coperta ed unguento.
Perduto il contatto con l’atto iniziale
la sorgente primeva d’ogni furore
sul dòndolo stracco mastica lento
cìgola e sogna, erutta il rancore.
L’insetto sul polso suona il fischietto,
allarme e richiamo dell’ora malnata,
chiama a raccolta i compagni ronzanti
il corpo rinviene e corre al bicchiere
che innesca la luce, che porta la pace
e s’inoltra nel fitto, oscuro boscàme
dove andare è periglio e alloggia
lo sgorbio, il Parente Lontano che scansi
per téma d’aprire il varco che reca
allo specchio presàgo che tace
e d’affratellarsi al reietto, al tòrto, aberrato.
Con fare di sbirro il corpo s’invola
decolla leggiadro e lascia la base,
carica il clic e lo poggia sul piano
la musica è assente, nessuno suona,
il corpo in rivolta abbandona la zuffa
di mantidi magre e cani al mercato,
la prossimità, parole infelici, l’esiguo spazio,
la posterità che tradisce il presente.
Son scritti nel sogno trama ed ordito
su un cencio incrostato di segni incompresi
un’algebra ignota che non sa spiegare
che ancora finisce quel che è finito,
che un vuoto si oppone al vuoto allo specchio,
doppio vuoto vero solo per il gatto
che giorno dopo giorno nella tazza vede il niente,
per l’uomo nella nebbia ormai ramingo,
dentro foto ormai sbiadite,
nel disturbo di un ricordo intermittente.
Il corpo placato infine respira.
Senza risposta il breve saluto
ai volti di gesso senza domani
e poi nella capsula per il rientro, verso la casa,
madre astronave con due capitani
diretta al contempo in due direzioni
opposte ed uguali, uguali e divergenti.
Ognuno si dirige là donde l’altro proviene.

L’estate sta finendo

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L’estate sta finendo
ed ha il suono greve
del copertone sgonfio.

L’andatura del milite zoppo
che dette l’arto e la fede
nella causa e nel futuro

per finire storto e barlaccio
a raccontare storie cui nessuno
crederebbe se non dopo
la sesta vodka.

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Summer is ending
with the flat tire’s heavy sound,
the gait of the lame soldier
who gave the limb and
faith In the cause and in the future
To end up freaked out and crooked
Telling stories which no one
Would believe if not after
The sixth vodka.

“L’oscuro patrimonio (estratto)” anteprima di un progetto segreto

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Io, Jacopo Andreini & Gigi Fagni stiamo segretamente lavorando a una bella faccenda di cui questo modesto, ma volenteroso, contributo video non è che una parte infinitesimale.

Prima di una serie di anteprime che speriamo siano poche. Il che significherebbe che il progetto ha trovato una forma in tempi brevi.