IL NOME DELLE COSE

IL NOME DELLE COSE

Viene il mattino e arresta la deriva
la prematura discesa tra le schiere
di chi comincia e di chi finisce.
Dopo quaranta giri
le cose hanno un nome
e un respiro impronunciabile proprio
un incavo invisibile e infinito
dove vivono le molte direzioni
che non abbiamo scelto
che non ci hanno scelto.

Le turbolenze e i segni

LE TURBOLENZE E I SEGNI

Attraversammo  le  turbolenze  del  vivere
con  l’aeroplano  di  balsa  e  il  multiuso  rossocrociato
avuto  in  dono  il  primo  giorno  di  scuola
dallo  zio  avventuroso  che  conobbe  i  veri  marósi.
Dati  per  spacciati  in  partenza
atterrammo  sulla  pista  da  ballo
non  attesi
durante  una  festa e accolti
con  garbo  dal  padrone  di  casa  phonàto.
Non  mancò  intrattenimento non   mancarono
cocktails  e  olive ringraziare  sembrò  il  minimo.
A  parziale  conguaglio  lasciammo  segni
provocazioni  mascherate  da  interstizi
domande   che  il  tempo  rese  enigmi.
Poi  venne  tardi  e  fu  giorno
C’era  sciopero  dei  mezzi
e tornammo  a  casa  a  piedi.

Nella casa ormai vivono i Ragni

Ormai vivono i ragni nella casa
dove torno a scovare ricordi, reverberi
e reperti d’un tempo che abitammo.
Alcuni vivi, altri bambini, tutti fummo lì.
Torno a cercare cancellando echi
tracce, ogni resto d’umano passaggio.
Il furgone a nolo nella strada, il cacciavite nella tasca,
non è l’armadio a scomparire,
non le foto di soldati e giovinette d’anteguerra,
non il buon servito per i pranzi
e la gioia d’esserci di gente scampata
agli stermìni, alla fame, alle guerre.
Tutto finisce nell’incerto padiglione.
Smontare, sradicare, eliminare, i convenuti
tradiscono l’uggia nella cernita dei tanàcchi.
Loro non lasciarono niente nella casa
era l’estate del settantanove
non lasciarono il canto liberatore
non lasciarono Il boato che fa
scoprirsi vero, forbici e nastro adesivo,
ci fu chi emerse ente minuto
cacciatore di segni nel tutto inconosciuto
smisurato che arresta il respiro
a chi si affaccia, al nuovo arrivato.
Loro non cercano, smobilitano.
Ben prima dell’estinzione scomparve
ogni traccia del vivere, degli affetti
passati e in corso. Tutto divenne crosta,
ciància vile spesa dai rimasti.
Non lasciarono nulla perciò essi non cercano.
Per loro tutto è disturbo e ruménta,
intralcio alla gara, e solo io sento il suono
della radio a transistor nella mattina di giugno
del giugno millenovecentosettantanove
gracchiare comunicati e canzoni
accompagnare alla vita, a una felicità esile
e inossidabile.

Brucia nella notte la città di San José

BRUCIA NELLA NOTTE
LA CITTÀ DI SAN JOSÉ

Brucia nella notte la città di San José
Certi impavidi serrano in pugno
ciotole di latta e noccioline che sono
cifra del tempo presente, allegoria e lamento,
come la miscela malfatta che scende e risale
è condanna all’inefficacia, al crollo
marginale, ripiego maldestro
(storytelling sovrabbondante
scarsissima expertise).
Non avanza nulla di normale,
non avanza un suono che sia d’amore
uno stralcio ripetuto di canto accorato
messo in loop su base industriale.
Non avanza la moneta per l’ultimo giro
per l’ultimo glorioso tentare
l’arrivo a l’Uomo a 6 fotogrammi al secondo
Il mistico modello che lo psiconauta
insegue, replica, finge, rimpiange
il suo mitico accoppiamento semi-impossibile
riuscito talvolta grazie a oscuri fattori
non replicabili, non esplorabili, climax
di visioni e rivelazioni liberi dallo sfinirsi
in cerca della colpa, la Colpa Maiuscola che
fu spesso prima della venuta nel corpo
e prima della ricerca fallace d’essa che d’essa è prolungamento e prova,
protuberanza nodosa che dòle. Eppure
nello slabbrato e colante ingombro
cerebrale emerge dall’altra dimensione
una cosa secca, sfasatura luminosa,
mano generosa che non prende e reca
consiglio, conforto, scrittura, lume.
Il vento caldo dell’estate fa volare la carta
con la porzione di codice mancante
per riattivare il senno smarrito un tempo
e mai ritrovato, intorno discorsi e teorie validate a forza dalla ripetizione ossessiva,
corpi smagriti che colpiti dalle parole fanno il suono della stagnola calpestata,
dell’erba fischiata nel campo, è un docusogno
parlato in Pidgeon English
che spiega la normalità, il male incurato,
incurabile, il desiderio di difenderne
l’apparenza che ti spossa, consuma, esaurisce.
Ma il cane abbaia e quel che è fatto è fatto
c’è l’approdo finale, lo specchio rotto del cesso
dove resiste una scritta rossa tracciata
dalla stessa mano generosa

L’esperienza è indistruttibile.

Ogni notte ha una via di fuga

Ogni notte ha una via di fuga.
Un trauma duraturo e rievocabile,
un punto luminescente e solenne
in coda alla furia distruttrice
dell’Onest’Uomo incagliato
tra gli sgabelli, in un locale affondato.

(È stata l’allucinazione corporea della decima vodka.
Il battito cardiaco esuberante
che manovra la mano, il desiderio e il linguaggio
come l’Internato manovra la corriera
che ti strappa l’ombrello.
È stata la ginnastica di scimmie educate
che guardano la luna e pensano la chiave,
girano la chiave e pensano la luna
e poi si leccano come i cani
prima di correre, al primo suono delle sirene,
nel Rifugio Antiatomico)

Ogni notte è una via di fuga
dalla difesa inespugnabile
di bottiglie, visioni e bicchieri.
Una via scavata con Rabbia
tra i residui fumanti
di un lungo incendio di lemmi.