Chiamata telefonica dalla Zona Rossa

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Chiamata telefonica dalla Zona Rossa

Pronto?
Pronto? Che giorno è?
Ho udito la voce di mio padre nel vento
radente mentre censivo il ghiaìno
del sentiero ribattuto nei giorni
lithomanzia segreta che trama disgrazia,
rogna e collane di sbadigli per la guerra
che viene in attesa che l’attesa
trovasse il motivo, ma il tempo
è una melassa che distilla virtù
obbedienza, coda di vinacce esauste
dai Solocorpo percóla l’odiopaura
l’elemento base del raggiro eccezione…
Come stai?
La messaggeria è la casa dei morti
tutto si è spento in un grumo di impronte
le bottiglie vuote si assembrano
il passo è perduto, nell’isolamento è bene
evitare l’alcool e l’isolamento,
nel rifugio di canne e pietre per calcolare
il peso esatto dell’amputazione taciuta
questa differenza immaginabile tra il prima
e il poi o viceversa tra quanto spettante
e quanto restante…
Che fai?
Seduto accanto al rosmarino tra le api
punto il telescopio verso the next place
i suoi abitanti essi sono cambiati
la vita solo corpo, grugnito e delazione
le visioni da sussuro diventano fiumana
l’esperto in simulazioni di scenario tradisce
tra le righe di un discorso sicuro
l’inettitudine, la paura di non essere compreso,
la termite nella zampa dello sgabello
lo scivolo sul nulla truccato da salvezza
l’articolo tarocco apparentemente
gratis.

Nella casa ormai vivono i Ragni

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Ormai vivono i ragni nella casa
dove torno a scovare ricordi, reverberi
e reperti d’un tempo che abitammo.
Alcuni vivi, altri bambini, tutti fummo lì.
Torno a cercare cancellando echi
tracce, ogni resto d’umano passaggio.
Il furgone a nolo nella strada, il cacciavite nella tasca,
non è l’armadio a scomparire,
non le foto di soldati e giovinette d’anteguerra,
non il buon servito per i pranzi
e la gioia d’esserci di gente scampata
agli stermìni, alla fame, alle guerre.
Tutto finisce nell’incerto padiglione.
Smontare, sradicare, eliminare, i convenuti
tradiscono l’uggia nella cernita dei tanàcchi.
Loro non lasciarono niente nella casa
era l’estate del settantanove
non lasciarono il canto liberatore
non lasciarono Il boato che fa
scoprirsi vero, forbici e nastro adesivo,
ci fu chi emerse ente minuto
cacciatore di segni nel tutto inconosciuto
smisurato che arresta il respiro
a chi si affaccia, al nuovo arrivato.
Loro non cercano, smobilitano.
Ben prima dell’estinzione scomparve
ogni traccia del vivere, degli affetti
passati e in corso. Tutto divenne crosta,
ciància vile spesa dai rimasti.
Non lasciarono nulla perciò essi non cercano.
Per loro tutto è disturbo e ruménta,
intralcio alla gara, e solo io sento il suono
della radio a transistor nella mattina di giugno
del giugno millenovecentosettantanove
gracchiare comunicati e canzoni
accompagnare alla vita, a una felicità esile
e inossidabile.

Brucia nella notte la città di San José

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BRUCIA NELLA NOTTE
LA CITTÀ DI SAN JOSÉ

Brucia nella notte la città di San José
Certi impavidi serrano in pugno
ciotole di latta e noccioline che sono
cifra del tempo presente, allegoria e lamento,
come la miscela malfatta che scende e risale
è condanna all’inefficacia, al crollo
marginale, ripiego maldestro
(storytelling sovrabbondante
scarsissima expertise).
Non avanza nulla di normale,
non avanza un suono che sia d’amore
uno stralcio ripetuto di canto accorato
messo in loop su base industriale.
Non avanza la moneta per l’ultimo giro
per l’ultimo glorioso tentare
l’arrivo a l’Uomo a 6 fotogrammi al secondo
Il mistico modello che lo psiconauta
insegue, replica, finge, rimpiange
il suo mitico accoppiamento semi-impossibile
riuscito talvolta grazie a oscuri fattori
non replicabili, non esplorabili, climax
di visioni e rivelazioni liberi dallo sfinirsi
in cerca della colpa, la Colpa Maiuscola che
fu spesso prima della venuta nel corpo
e prima della ricerca fallace d’essa che d’essa è prolungamento e prova,
protuberanza nodosa che dòle. Eppure
nello slabbrato e colante ingombro
cerebrale emerge dall’altra dimensione
una cosa secca, sfasatura luminosa,
mano generosa che non prende e reca
consiglio, conforto, scrittura, lume.
Il vento caldo dell’estate fa volare la carta
con la porzione di codice mancante
per riattivare il senno smarrito un tempo
e mai ritrovato, intorno discorsi e teorie validate a forza dalla ripetizione ossessiva,
corpi smagriti che colpiti dalle parole fanno il suono della stagnola calpestata,
dell’erba fischiata nel campo, è un docusogno
parlato in Pidgeon English
che spiega la normalità, il male incurato,
incurabile, il desiderio di difenderne
l’apparenza che ti spossa, consuma, esaurisce.
Ma il cane abbaia e quel che è fatto è fatto
c’è l’approdo finale, lo specchio rotto del cesso
dove resiste una scritta rossa tracciata
dalla stessa mano generosa

L’esperienza è indistruttibile.

ABBIAMO CEDUTO SETTEMBRE AL NEMICO

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ABBIAMO CEDUTO SETTEMBRE AL NEMICO

Abbiamo ceduto settembre al Nemico
fingendo di fingere una resa.
Ripiegando nel piano dove fuggire è un suicidio,
con l’abito bello per le ore gagliarde.
E percorso il non distinto
fino al termine di ogni recriminare
per arrivare all’aperto e stupirci
di non avere inseguitori
come acque di un fiume non più vero,
come rami di un delta senza mare.
La Fine della Guerra
è il luogo dove siamo arrivati.
E alla fine della guerra,
non ci sono più la guerra,
non ci sono più le icone,
non ci sono le attese spartizioni.
C’è solo la frontiera
tra due stati senza confine
e un canto residuo da un tempo,
da tempo inascoltato.

Sinfonia d’estate (inedito)

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SINFONIA D’ESTATE

Portano cani minuti e feroci
Dentro apposite sacche portacane
e li poggiano su appositi sgabelli tra le sedute
e mangiano all’apericena l’apposito cibo
Il fingerfood e lo spritz malfatto
conche di minestre riscaldate
respirano la coolness e la movida
assisi su impagliati stile Formentera
e sabbia di riporto contaminata.
Sullo sfondo il ponte della tangenziale
la nube tossica sospinta dal vento
accolto come manna fresca
c’è invece la discarica che arde
fuoco! fuoco! cancella le prove!
Cancella il ricordo e porta la morte
Porta il puzzo salutare del risveglio
A questi tàngheri azzimati
Un po’ avvocato, un po’ verdesca,
Un po’ terzino e Carloconti.
L’affitto del piattino ha un costo
Non è increscioso, è triste.
Si mangia come equilibristi
con due mani e sette cose da tenere.
Dalla borsa apposita canini imbarazzati
abbaiano voce gagarona
l’occhio dell’omicida fende il buio
se la mole lo consentisse
quante giugolari saltate e filmati amatoriali
Anche i senzacane si difendono
ma questa poesia non approfondisce.
Nel frattempo un carnevale di squartamenti,
sbiancamenti e trattamenti
Erosione inarrestata di progressi evolutivi
e conquiste socioculturali.
“L’angoscia è temporaneamente solubile in alcool”
Un trito d’ossa fino che il vento
Mulina nell’aria e nei bicchieri
In soluzione stabile col tonic
E l’esotico gin con nome di capitale africana
Che pochi potrebbero indicare
Sulla carta muta o sul mappamondo
Ma fottesega dal momento che maps
Fottesega dal momento che
Si finisce bene insomma.